I detenuti come operai sociali

Nicola Massimo de Feo, 01/12/2020

Datato: 01/01/1990

In I detenuti come operai sociali (1990) e Il folle come operaio sociale (1992) de Feo analizza i momenti di rottura della razionalità borghese nella presa di coscienza e nelle rivendicazioni degli esclusi: i “folli” degli ormai ex manicomi e i detenuti delle carceri.
Nello specifico, in questo articolo il filosofo barese riflette sul nesso capitalistico tra mercificazione, sfruttamento e oppressione riprodotto nella sua forma più perfetta e opprimente nell’istituzione carceraria. Nella critica alla “funzione rieducativa” in quanto recupero della repressione carceraria come controllo sociale (in cui si risentono echi foucaultiani) de Feo rintraccia la rottura di questo nesso, rileggendo in quest’ottica le rivolte carcerarie in Italia e Germania degli anni Novanta che riguardarono sia detenuti politici che detenuti cosiddetti “comuni”. Proprio in quanto il carcere è il terreno più sperimentato e avanzato di distruzione dell’individuo e successiva ricostruzione di quest’ultimo in corpo docile (come direbbe il Foucault di Sorvegliare e punire), esso diventa il luogo privilegiato della lotta per l’autodeterminazione: in questo vivere sociale antagonista i detenuti diventano operai sociali, non solo nella gabbia del carcere ma anche nella società “ingabbiata” dalla cella capitalistica, nella tensione alla riappropriazione sociale del corpo.

Malattia e memoria in Nietzsche

Nicola Massimo de Feo, 30/10/2020

Datato: 01/01/1973

In Malattia e memoria in Nietzsche del 1973 De Feo si scontra con la cecità che caratterizza il pensiero di Nietzsche, incapace di cogliere l’oggettività della prassi storica e sociale. Egli ravvisa nella pretesa nietzschiana di una "desoggettivazione" del pensiero, che dà corpo alla dimensione prospettico-dialettica della storia della materia, una inevitabile ricaduta in una più raffinata forma di soggettivismo, che si re‑instaura a fondamento delle interpretazioni della realtà. A partire dalla malattia e dalla morte del padre, incarnazione della "ragione" e della "legge" della vita sociale borghese nel suo carattere più nichilistico, il filosofo tedesco sancisce il rifiuto dell’uomo e di Dio, dei valori preesistenti, della filosofia metafisica e con essa della religione e della scienza, a favore di un bisogno di oggettività che si traduce nella teorizzazione di una filosofia storica, in cui la materia è processo senza soggetto, pensiero senza io. Tuttavia tale decostruzione critica – ed è questo il tema centrale dell’analisi di De Feo – non è e non può essere separata da un inevitabile ripiegamento sul troppo umano, da una deriva "psicoanalitica". Il troppo umano non viene mai dimenticato, bensì recuperato in una sintesi di tipo hegeliano che impedisce una conoscenza oggettiva del reale, il quale non appare se non come una possibilità secondo la disponibilità di senso del soggetto. Così si constata l’impossibilità di rimuovere il feticcio della memoria.

Nietzsche e il comunismo

Nicola Massimo de Feo, 30/09/2020

Datato: 01/01/1984

Nietzsche e il comunismo è un testo indicativo di uno degli assi più importanti della riflessione di de Feo, sul e dentro il negativo. Terreno che poneva problemi teoretici e pratici nella lettura di quella tendenza storica che si chiama «comunismo», per il filosofo barlettano, e non un amaro fondamento per una teologia politica. Nietzsche, dunque, perché la filosofia a colpi di martello è uno dei metodi per stare dentro e tra le cose, utile per la demistificazione nel pensiero e per la critica nella pratica; il comunismo, poi, perché la filosofia, per de Feo, non è mai un esercizio esclusivamente materiale, ma è un modo di esercitare il materialismo, come speculazione e come pratica, come riflessione e come azione. In questa tensione politica ed etica, si riscopre un altro significato della famosa definizione marxiana di comunismo, «il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente», dove abolire è sostituito da distruggere: «movimento, che distrugge e libera nello stesso tempo». Il dialogo tra i due filosofi tedeschi restituisce quello che possiamo definire il metodo, se non proprio la postura defeiana, e cioè leggere, insieme, il reale come prodotto dei rapporti sociali (con Marx) e delle relazioni sociali (con Nietzsche). E, a partire da queste due coordinate, lo sviluppo di tutto il suo asse di interpretazione della definizione marxiana intesa non soltanto come abolente lo stato di cose presente qui fra noi, ma come un continuo antagonismo tra l'attuale e il virtuale, ciò che è presente e ciò che ha da venire, in una dialettica interna al movimento reale tra una forza che distrugge e una forza che libera, tra apollineo e dionisiaco. Perché, per de Feo, dentro e contro non si applica solo al presente modo di produzione, ma al presente tout court, nel quale si dà la possibilità e l'esistenza dell'umano: qui dentro, nel conflitto, si scopre quotidianamente quella tendenza che chiamiamo «comunismo».

Heidegger e l'autonomia del negativo

Nicola Massimo de Feo, 15/07/2020

Datato: 01/01/1979

Heidegger e l’autonomia del negativo è il testo che De Feo pubblica in “Aquinas” nel 1979 per poi riprenderlo, modificato, nel volume L’autonomia del negativo (1992) con il titolo Marx, Heidegger e l’autonomia del negativo. Lo si può, forse, considerare come il terzo momento di un confronto con Heidegger iniziato già tra la fine degli anni Cinquanta e i primi anni Sessanta. In una congiuntura storico-intellettuale dominata da correnti esistenzialiste e fenomenologiche, l’allora ventenne De Feo attraversa l’opera di Heidegger dall’interno, come forse pochi intellettuali di quell’epoca hanno fatto. Nei primi anni Settanta la prospettiva cambia: all’attraversamento interno, e destrutturante dell’opera di Heidegger, segue una lettura in termini di storicismo politico, che mostra tutte le potenzialità e i limiti della rivoluzione conservatrice nella quale il pensiero di Heidegger si iscrive. Questa terza fase, alla fine degli anni Settanta, della quale Heidegger e l’autonomia del negativo testimonia, mette da parte ogni lettura che volesse riproporre “i consunti schemi interpretativi delle ideologie tardo borghesi e del catastrofismo”, scrive De Feo. Non solo Heidegger diventa, qui, il pensatore della sussunzione reale, ma anche l’autore che consente di strappare definitivamente Marx a Hegel e all’hegelismo. E questo attraverso una discussione radicale del tema del negativo. Dalla sinistra hegeliana ad Heidegger e alla scuola di Francoforte, il pensiero negativo ha permesso di liberarsi dai residui metafisici e di pensare le trasformazioni sociali ed economiche in termine storici. Tuttavia, così facendo, la traiettoria del pensiero negativo ha anche fissato o rovesciato la comprensione di questi fenomeni in un’ideologia del dominio totalitario e tecnologico del capitale. Pensare fino in fondo la questione della negatività, il peso più pesante che il pensiero del XIX secolo ci ha lasciato in eredità, è il compito che queste pagine ci danno da pensare. O, forse, è il compito al quale tutto il pensiero contemporaneo, in un modo o nell’altro, già da tempo cerca di sottrarsi, invano?

Il sacro e il potere in Heidegger

Nicola Massimo de Feo, 15/06/2020

Datato: 01/01/1994

Pubblichiamo la prefazione di N. M. de Feo alla seconda edizione di Fenomenologia e teologia (1994) di Heidegger.